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Cosa vuol dire “kingmaker”

Sul Corriere della Sera di venerdì un articolo sui retroscena dell’elezione del prossimo presidente della Repubblica è intitolato “Schemi, nomi, alleanze. La gara tra i capi partito per diventare kingmaker”. Da settimane, in effetti, un po’ tutti i quotidiani hanno adottato con una certa insistenza l’espressione inglese per riferirsi a un ipotetico esponente politico in grado di individuare e costruire una candidatura per il Quirinale che abbia poi successo, ottenendo così una vittoria politica indiretta. È un termine che viene usato anche in altre circostanze e che era comparso anche nelle cronache della passata elezione, ma è in quest’occasione che le sue occorrenze sono diventate quotidiane.

“Kingmaker” si potrebbe tradurre in italiano con “incoronatore”. L’espressione risale al ricco e influente Richard Neville, conte di Warwick, soprannominato appunto The Kingmaker per via del fatto che riuscì a manipolare e infine detronizzare due re inglesi all’epoca della Guerra delle due rose, nel XV secolo. Neville era nobile ma non aveva nessuna possibilità di aspirare al trono, perciò esercitò la sua enorme influenza in maniera indiretta. In ogni caso, il soprannome The Kingmaker gli venne dato molti anni dopo la sua morte.

Nella sua accezione più estesa, kingmaker si può riferire non solo a una persona che muove i fili di un’importante nomina politica, ma anche a una persona molto influente in generale, in vari ambiti.

Nel caso dell’elezione del presidente della Repubblica, kingmaker dovrebbe indicare qualcuno che non è tra i potenziali candidati, ma che è potente abbastanza da trovarne uno che può essere votato da tutte le forze politiche, gestendo e facilitando le trattative perché questo avvenga. Nel 1985, per esempio, Ciriaco De Mita ebbe questo ruolo nell’elezione di Cossiga, votato al primo scrutinio con una larga maggioranza, mentre nel 2015 fu Matteo Renzi a proporre la candidatura di Mattarella, poi risultata vincente al quarto scrutinio.

Non c’è invece mai stato un “queenmaker”, un “incoronatore di regine”, visto che non ci sono mai state presidenti della Repubblica donne. È un termine che è comunque comparso nelle cronache di queste settimane, anche se più raramente, in riferimento alla possibilità che a essere eletta sia per esempio l’ex presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia, o l’ex sindaca di Milano Letizia Moratti.

A contribuire alla maggiore diffusione del termine nelle ultime settimane potrebbe essere stato lo stesso Renzi, che l’aveva usato nel suo intervento alla festa di Fratelli d’Italia Atreju a novembre. Da lì in avanti si è diffuso un po’ ovunque, sia nel gergo giornalistico che in quello degli stessi politici. «Ci sono più kingmaker che grandi elettori» ha detto il senatore Gaetano Quagliarello, citato da Francesco Verderami sul Corriere. E questo significa, secondo Verderami, «che servirà aspettare la fine della Corsa per capire chi il kingmaker lo avrà solo dato a vedere e chi invece lo avrà fatto davvero, dissimulando».

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